Studio ProfessionaleVALERIA LAZZAROLI

Il popolo degli OTP

Abbiamo costruito la società più veloce della storia per risparmiare tempo, e ora ne spendiamo una parte crescente per dimostrare di essere noi. Una riflessione sull'identità digitale e sulla fragilità di un mondo in cui possediamo sempre meno cose e sempre più accessi.

Una donna in abito bianco, seduta su una scalinata, guarda l'orologio; alle sue spalle una folla di persone in abito scuro e bombetta controlla il polso, davanti a un enorme smartphone luminoso.

Per accedere a tutto ciò che è legittimamente nostro abbiamo bisogno di una password, di un OTP, del riconoscimento facciale e, prima o poi, probabilmente anche di un gorgheggio vocale accompagnato dall'impronta delle nostre dita.

Il tutto per accedere ai nostri dati, a un'attestazione, a un certificato, a qualcosa che è nostro.

Dite che arriveremo a rimpiangere lo sportello?

L'attesa, a volte di ore, ma intanto socializzavi, osservavi tutto. Dalla forfora di chi avevi davanti all'elegante signora che, beata lei, raccoglieva i fogli sparsi sul bancone e, con aria vittoriosa, si congedava dall'operatore. Lei ce l'aveva fatta, tu eri ancora lì.

Adesso no: rimani ferma in casa, con l'incalzante motivazione che fuori sembra esserci sempre più una minaccia, la peste, il maranza, il traffico, il tempo che non devi perdere.

Sì, sì, soprattutto non va perso tempo. Rimanere davanti allo schermo del computer e poi a quello del telefonino. Risparmiare tempo per rimanere sui social, please. Rimanere catatonici a guardare, inebetiti, il trattore che ripulisce un campo, la signora svedese che riabilita vecchi mobili, la gente che in déshabillé cambia trecento volte abito a colpi di mano. Bene.

Nel frattempo abbiamo perso la manualità. Osserviamo tutto dallo schermo, e le vite degli altri le scorriamo con un dito.

Il tempo risparmiato

Quanto fa bene risparmiare tempo! Potremmo tornare a leggere! Ma non lo faremo mica ripescando l'impolverato libro: abbiamo Gemini, ChatGPT, Claude… Altro tempo risparmiato!

Poi c'è il pranzo in famiglia, infarcito di rapide e divisive argomentazioni che polarizzano, con la conclusione sussurrata, folle ma onnipresente, che tanto la guerra è indispensabile per ritrovare il senno. Parole che sfumano per comporre il pensiero improvviso che quel magnifico mondo digitale, al quale hai consegnato quasi tutto di te, potrebbe essere fragile.

Il cyber, l'energia, la guerra biologica, quella cognitiva, il cambiamento climatico.

Ciò che funziona senza una password

Tra un boccone e l'altro, qualcuno suggerisce di tenere contanti in casa, cibo in dispensa, il medicinale salvavita. Una torcia? No, meglio le candele! Tutto ciò che possa ancora funzionare senza una password, senza una rete, senza una batteria, senza qualcuno che da qualche parte confermi che sei davvero tu.

Eh sì, in pochi attimi ti rendi conto che la tua identità è digitale. Lo è il tuo denaro, lo sono i tuoi documenti, le tue fotografie, le tue relazioni, la tua memoria, il tuo sapere, anche quello ancora da acquisire.

Possiedi sempre meno cose, ma sempre più accessi che ogni giorno, più volte al dì, devi dimostrare essere tuoi.

Password, OTP, volto, voce, impronta…

Che strano destino: abbiamo costruito la società più veloce della storia per risparmiare tempo, e adesso passiamo una parte crescente di quello risparmiato ad autenticarci per poterci entrare.

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