Studio ProfessionaleVALERIA LAZZAROLI

Al politico del futuro

Prima del cloud c'è una rete, prima del data center c'è l'energia, e prima ancora un territorio. Una lettera aperta a chi governerà l'Italia nel prossimo decennio: acqua, energia e resilienza come fondamenta dell'intelligenza artificiale, e il concetto di AI Energy at Risk.

Illustrazione a matita: una donna consegna una busta con scritto «Al politico del futuro – Milano, 9 agosto 2026» a un uomo di spalle, sullo sfondo un palazzo istituzionale e il tricolore.

Si metta agli atti che scrivo questo articolo alle ore 18:28 del 9 agosto 2026, mentre sono a Milano, e la temperatura anche oggi segna 34 gradi, 8 in più rispetto alla media giornaliera: l'ennesimo giorno di calore di un'ondata che ha visto il primo episodio il 21 maggio. Una condizione che mi induce a riflettere, come staranno facendo in tantissimi, incrociando le mie attitudini professionali, le mie attività quotidiane, ma anche il mio ruolo di genitore e di cittadina.

Se potessi consegnare un documento al politico che governerà l'Italia nel prossimo decennio, gli chiederei anzitutto di recuperare la virtù di guardare contemporaneamente al futuro e al pezzo di terra del quale è responsabile.

Ogni infrastruttura digitale poggia su una fisica

Parliamo moltissimo di intelligenza artificiale, data center, cloud, supercalcolo, economia spaziale. È giusto farlo, perché sono infrastrutture della competitività futura. Ricordiamo, però, che ognuna di esse poggia su un'infrastruttura fisica, e quest'ultima possiede una caratteristica poco compatibile con la retorica: presenta vincoli.

Un data center ha bisogno di elettricità, e la produzione elettrica dipende da impianti, reti, accumuli, combustibili, sole, vento e anche acqua. L'acqua serve contemporaneamente alle persone, all'agricoltura, agli ecosistemi, all'industria e a numerosi processi energetici. Temperature crescenti come quelle attuali, parte integrante di una crisi climatica accertata, aumentano la domanda di raffrescamento proprio quando siccità e fenomeni estremi sottopongono infrastrutture e territorio a uno stress maggiore.

Una questione di economia domestica

Se un gruppo di persone, non particolarmente competenti nei settori specifici, si sedesse intorno a un tavolo animato semplicemente dal buon senso, davanti a questo scenario forse si chiederebbe quanta energia il Paese abbia a disposizione solo per adattarsi al clima dei prossimi decenni. Un po' come guardare nella dispensa per capire se le scorte bastano a coprire il fabbisogno di un certo periodo.

È una domanda economica prima ancora che ambientale; anzi, fatemi dire, è quasi una questione di economia domestica!

Quel gruppo ragionerebbe su come raffrescare case, ospedali, scuole, fabbriche… le città. Penserebbe a come pompare, recuperare, depurare, trasferire e probabilmente dissalare più acqua. Si chiederebbe quale sia la strategia migliore per sostenere un'agricoltura sottoposta a uno stress idrico crescente. Cercherebbe il modo di elettrificare trasporti e processi industriali, rendendo però resilienti reti elettriche, telecomunicazioni e infrastrutture critiche. Sono sicura che quel gruppetto, animato da una genuina spinta alla sopravvivenza e alla messa in sicurezza di sé e dei propri cari, ragionerebbe più o meno così.

Tutto questo, però, richiederebbe energia.

Che cosa dicono i numeri

L'Italia parte già da una condizione che merita di essere letta attraverso i numeri. Nel 2025 la domanda elettrica nazionale è stata pari a circa 311,3 TWh: la produzione interna ha coperto l'84,9% del fabbisogno, mentre il restante 15,1% è stato soddisfatto dal saldo netto degli scambi con l'estero. In altri termini, già oggi circa un kilowattora ogni sei richiesti dal sistema elettrico italiano dipende, in termini netti, dalle interconnessioni internazionali.

Parallelamente cresce la pressione sulla disponibilità idrica e sul territorio. Secondo ISPRA, nel 2025 la risorsa idrica rinnovabile nazionale è stata pari a circa 128 miliardi di metri cubi: oltre il 7% in meno rispetto alla media di lungo periodo, il 4% in meno rispetto alla media 1991–2020 e circa il 19% in meno rispetto al 2024. Il dato pesa ancora di più in prospettiva, perché ISPRA rileva un trend decrescente della disponibilità annua di risorsa idrica in Italia dal 1951 a oggi. Durante la grave siccità del 2022 la disponibilità era scesa fino a circa 67 miliardi di metri cubi, con una riduzione del 52% rispetto alla media di lungo periodo.

A questa dinamica si aggiunge il progressivo degrado del territorio: il rapporto Stato dell'Ambiente in Italia 2025 di ISPRA rileva che il 17,4% della superficie nazionale, quasi 56.000 km², presenta almeno un fattore di degrado del suolo. L'Agenzia europea dell'ambiente colloca inoltre le regioni meridionali d'Europa fra le più esposte all'aumento dell'aridità: l'umidità dei suoli è già diminuita significativamente nell'Europa meridionale e le proiezioni indicano una prosecuzione del fenomeno. Negli scenari emissivi più elevati, la magnitudine delle siccità nel Sud Europa potrebbe arrivare a triplicare entro la fine del secolo, e l'EEA collega esplicitamente siccità prolungate, precipitazioni più irregolari, uso insostenibile dell'acqua e degrado dei suoli al rischio, nei casi estremi, di desertificazione.

È dunque all'interno di un sistema energetico già dipendente in misura significativa dagli scambi con l'estero, e di un territorio sottoposto a una crescente pressione idrica, climatica e pedologica, che dobbiamo collocare qualsiasi previsione di ulteriore domanda energetica, compresa quella della futura infrastruttura dei data center e dell'intelligenza artificiale. Peccato che dentro questo stesso futuro stiamo progettando una forte espansione dei data center… (un «oh, oh, oh» di Babbo Natale ci starebbe come il cacio sui maccheroni).

AI Energy at Risk

E allora, nelle vesti professionali molto poco romantiche del Risk Manager, se quel gruppetto mi chiedesse un parere partirei dal concetto di AI Energy at Risk, per portare un contributo pragmatico alla loro strategia di sopravvivenza. Prima di stimare quanti data center costruire, bisognerebbe calcolare quanta energia climaticamente resiliente rimanga disponibile dopo aver garantito acqua, alimentazione, salute, industria, mobilità, sicurezza e adattamento del territorio. Un ordine di priorità semplice e chiaro sarebbe questo:

  1. Water Security
  2. Energy Security
  3. Infrastructure Resilience
  4. Digital Capacity
  5. AI Capacity

L'AI, e spero di non deludere nessuno, rappresenterebbe l'ultimo strato di questa architettura: proprio perché è potentissima, strategica e indispensabile alla competitività, ha bisogno che gli strati sottostanti siano solidi. La politica industriale dovrebbe quindi sviluppare contemporaneamente l'AI e la capacità fisica del Paese: nuove fonti energetiche, reti e accumuli, una gestione intelligente dell'acqua, la riduzione delle perdite, politiche di riuso, nuovi invasi, la dissalazione dove sostenibile, un'agricoltura adattativa, microgrid, infrastrutture digitali ridondanti, la capacità di funzionare anche durante blackout o interruzioni delle telecomunicazioni.

La stessa Europa ragiona sempre più in termini di preparedness. La BCE, studiando anche recenti blackout, ha ricordato il valore del denaro contante come strumento di resilienza quando pagamenti elettronici, energia o telecomunicazioni diventano temporaneamente indisponibili, e la Commissione europea chiede a Stati e cittadini una maggiore capacità di affrontare autonomamente le prime fasi delle crisi. Sono segnali da leggere con razionalità, no? Senza trasformarli in profezie catastrofiche, richiedono però menti che, con sano pragmatismo, ragionino e predispongano, sapendo che alcune ipotesi, come ci ha insegnato la pandemia, a volte si avverano, e non bisogna trovarsi impreparati.

L'AI come alleata della resilienza

Tutto questo significa semplicemente che la sola efficienza non basterà più, ammesso che sia mai bastata: occorre progettare ridondanza, continuità e capacità di funzionamento degradato. E qui l'AI può diventare una straordinaria alleata. Come? Prima di usarne enormi quantità per moltiplicare indefinitamente contenuti e servizi, potremmo destinare una parte crescente del calcolo ad aumentare la resilienza che rende possibile il calcolo stesso: prevedere siccità e incendi, ottimizzare gli acquedotti, individuare le perdite, governare le reti elettriche, bilanciare domanda e offerta, gestire gli invasi, migliorare irrigazione e colture, anticipare le manutenzioni e ottimizzare i consumi.

L'AI che risparmia un MWh o un metro cubo d'acqua contribuisce indirettamente a creare le condizioni per altra AI. Questo dovrebbe interessare moltissimo anche il Ministero dell'Economia: acqua, energia, capacità digitale e resilienza infrastrutturale sono ormai componenti dello stesso capitale produttivo nazionale. Trascurarne una significa aumentare il rischio delle altre.

Un bilancio prospettico delle risorse

Per questo mi assocerei a quel gruppetto per chiedere al politico del futuro una garanzia: che prima di approvare una strategia nazionale per la crescita del calcolo si costruisca un bilancio prospettico delle risorse del Paese al 2030, al 2040 e al 2050. Un bilancio che dica quanta acqua avremo ragionevolmente a disposizione, quanta energia riusciremo a produrre in condizioni climatiche differenti, quanta ne richiederà l'adattamento, quale riserva dovremo mantenere per gli eventi estremi, quanto dovremo investire nelle reti e, soltanto dopo aver risposto a queste domande, quanto calcolo potremo sostenere.

Magari esisteranno metodologie migliori, ma io, partendo dalla logica dell'AI Energy at Risk, aiuterei il gruppetto, insieme a un politico del futuro sensibile a questi temi, a misurare la distanza fra la capacità computazionale che desideriamo e quella che il sistema energetico e idrico nazionale potrà realmente sostenere in condizioni di sicurezza.

Chissà, forse la grande politica tecnologica dei prossimi anni dovrebbe ricominciare proprio da qui, dal territorio. Da un acquedotto che perde meno acqua o da una rete elettrica che resiste a un'ondata di calore. Da un invaso gestito meglio, da un ospedale che continua a funzionare durante un blackout, da un'azienda agricola che riesce ancora a produrre, o da una famiglia che può raffrescare la propria casa a quaranta gradi senza che l'elettricità diventi un bene economicamente inaccessibile.

L'infrastruttura della libertà

Sono problemi apparentemente piccoli rispetto alle grandi narrazioni sull'AI, sullo spazio o sulla competizione tecnologica globale, ma in realtà costituiscono l'infrastruttura della libertà futura di un Paese. E siccome di economia spaziale sento già parlare, e anch'io la considero una straordinaria frontiera scientifica e industriale, sarebbe una sconfitta culturale immaginarla come una fuga dalle difficoltà terrestri che non siamo stati capaci di governare. La tecnologia dovrebbe ampliare lo spazio delle possibilità umane, e la politica deve costruire le condizioni materiali perché quelle possibilità rimangano accessibili.

Se potessi, dunque, al politico del futuro chiederei meno fascinazione per la singola tecnologia e una maggiore capacità di leggere l'architettura che la rende possibile.

Prima del cloud c'è una rete, prima del data center c'è l'energia, e prima di questa c'è un territorio. E prima di qualsiasi algoritmo ci sono persone che, su quel lembo di terra, dovranno continuare a poter vivere, produrre e progettare il proprio futuro.

Con la speranza di un futuro migliore,
Valeria Lazzaroli

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